Il cinema di propaganda

cinema_propagandaa cura di Grazia Paganelli

Non c’è epoca che non abbia conosciuto almeno i germi di quanto, i genericamente, possiamo chiamare cinema di regime. Nel momento in cui si è presa coscienza del fatto che il processo di un film si completa e si perfeziona attraverso lo sguardo dello spettatore, il cinema è diventato oggetto politico (perché impone un punto di vista), è diventato strumento di propaganda, per manipolare le idee, per organizzare il consenso, per veicolare il pensiero. La libertà di pensare è un lusso che, in certi periodi storici e in certe aree geografiche, ha corso e corre tutt’ora molti rischi.
Le grandi potenzialità propagandistiche del cinema furono scoperte poco prima dell’inizio della prima guerra mondiale, quando i governi dei paesi coinvolti nel conflitto iniziarono a fare ricorso ai cinegiornali. Si trattava di mostrare al pubblico che affollava le sale cinematografiche, scene documentarie in grado di colpire la sua attenzione e convincerlo ad appoggiare una tesi perfettamente strutturata. Non stupisce che i primi a usare in questo senso il cinema, furono i regimi totalitari di inizio Novecento, che portarono gli operatori a seguire le parate pubbliche, a filmarle per poi mostrare e moltiplicare uno spettacolo di trionfo e magniloquenza. Negli oltre cent’anni di storia del cinema nulla sembra cambiato se si paragonano i filmati celebrativi di allora a quelli realizzati nell’ Iran post-rivoluzionario o nelle dittature africane, quando Bokassa o Idi Amin si lasciavano lusingare dall’occhio celebrativo della macchina da presa.
Questione di potere (e forse di insicurezza del potere stesso). Facilità di persuasione che si manifesta in molti modi, dalla censura alla politica protezionistica rispetto alla libera circolazione dei film, dalla creazione di enti di produzione e distribuzione, alla propaganda sfacciata o, all’estremo, all’evasione assoluta dalla realtà contingente. Ci sono sempre due facce nel cinema di propaganda: quella didascalica e ottusa (i cinegiornali cui si accennava, i documentari manipolati, il cinema di finzione, tutto eroismo e dimostrazioni di forza, che esalta i valori della patria e dell’appartenenza) e quella che oppone lo sguardo e si inventa un mondo inesistente, fatto di sole, romanticismo, passioni amorose e conflitti borghesi. In caso di guerra bisogna tenere alto il morale delle truppe partite per il fronte (sia che si tratti dei soldati del primo grande conflitto o dei militari impegnati in Medio Oriente in guerre di “liberazione” e di “democrazia”), ma anche mostrare a chi resta il valore dei propri eserciti e la bontà delle loro missioni. Ecco spiegata la ragione di questo dualismo, tanto evidente nell’Italia fascista, nella Germania nazista, nell’Unione Sovietica di Stalin, persino negli Stati Uniti, impegnati un tempo come adesso a liberare il mondo dai regimi totalitari. E non sempre i risultati sono privi di interesse. Non si può parlare di Augusto Genina come di un regista senza qualità, non si può ridurre a puro elogio del nazismo il cinema sperimentale e visionario di Leni Riefensthal, così come il realismo socialista seppe produrre opere di grande valore teorico, e non solo racconti semplicistici e naif. Per non parlare di Hollywood e dei suoi più grandi registi impegnati a sostenere la Patria. Anche l’animazione ha saputo farsi largo a testa alta in materia di propaganda con i fumetti antigiapponesi della Warner Bros, i cosiddetti Private Snafu, le figure buffe antinaziste di Walt Disney. Ma attenzione a non attribuire solo al passato la pratica del controllo e della manipolazione. (Grazia Paganelli)

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