Grazia Paganelli presenta il suo libro “Segni di vita. Werner Herzog e il cinema” Ed. Il Castoro
Non tutto quello che si sente dire o che si legge su Werner Herzog è vero. L’aura di regista estremo e avventuroso, capace di affrontare pericoli di ogni tipo, pur di portare a termine i suoi film, fa parte di una mitologia affascinante, che, però, non corrisponde sempre a verità.
Basta ascoltare le sue parole per rendersi conto che il pericolo “a tutti” i costi non fa parte del suo metodo di lavoro e che l’aspetto visionario e forte dei suoi film nasce dall’attitudine dello sguardo, dal desiderio di vedere di più, di vedere con più intensità le cose di un mondo pieno di storie. Sorprende sentirlo parlare di sé come di un “narratore di storie”, lui, che ha attraversato i luoghi più inospitali e incantevoli del Pianeta, in realtà, è un cercatore di storie, una sorta di esploratore insolito che, con la macchina da presa, è spinto dal desiderio di scoprire l’attimo di “estatica verità” nascosta nei volti, nei luoghi, nei paesaggi. “Cerco l’urgenza che sappia condurmi all’essenziale” dichiara Herzog a proposito del suo metodo di lavoro, e questa urgenza è un segno che si può sentire sulla pelle, una sensazione fisica cui il cinema del regista tedesco rimanda in ogni film, dai più noti (Fitzcarraldo, Aguirre, Furore di Dio, Nosferatu, Il principe della notte) ai più metafisici (Fata Morgana, Apocalisse nel deserto, Pilgrimage). Ripercorrere il suo cinema significa fare un lungo viaggio dentro territori della visione e dell’esperienza che nessuno ha mai fatto al cinema, significa guardare il mondo con gli occhi di chi, ogni volta, scopre il mondo e il modo in cui guardarlo.


